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Ad aprirci gli occhi sul mondo del lavoro ci ha pensato il sociologo Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro presso l’Università La Sapienza di Roma, nel suo intervento entrato nelle nostre case, attraverso la piattaforma Zoom, grazie all’associazione Genitori e Figli.

Iniziamo subito da una domanda molto interessante: la mancanza di lavoro è un progresso o una disgrazia?

La storia, chiarisce il professor De Masi, ci insegna che il lavoro, per migliaia di anni, è stato considerato un fatto negativo, un’attività svolta solo da schiavi. A ricordarcelo è Aristotele, il quale considera perfetto il cittadino che si occupa della polis, di arte, letteratura, atletica ed è libero dai compiti necessari, per i quali erano addetti schiavi e braccianti.
A riscattare il lavoro ci hanno pensato Locke nel ‘600, Smith nel ‘700, Marx nel ‘900. Il lavoro diventa il modo con cui si riesce a dare valore a ogni cosa potendo stabilire quante ore ci sono volute a realizzarla e attraverso quale processo. Con la società industriale la fabbrica e gli operai sono al centro del progresso scientifico, tecnologico, urbanistico, aumentano la scolarizzazione e l’organizzazione. Dopo la seconda guerra mondiale, la produzione si sposta sui beni immateriali: servizi, informazioni, simboli, valori, estetica tanto che alcuni Paesi hanno spostato le mere attività produttive in altre nazioni. Ora, nella nostra società post industriale, il mercato del lavoro è cambiato totalmente: il progresso tecnologico e la crescita di produttività aumentano in modo esponenziale ma con sempre meno lavoro umano, a produrre sono le macchine. Nel futuro dell’uomo il lavoro sarà sempre più marginale.

Quali fattori determinano il futuro del lavoro

Le trasformazioni che stanno cambiando il mercato del lavoro sono inarrestabili e sono sotto gli occhi di tutti, come il professor De Masi ben sottolinea partendo dalla demografia. In dieci anni il mercato del lavoro dovrebbe prevedere un miliardo di posti di lavori in più, cosa al momento impensabile.
La femminilizzazione: le donne sono al centro dello sviluppo, nel 2030 saranno il 60% dei lavoratori.
La tecnologia: sta facendo passi da gigante in tutti i campi, ogni “ora” che passa, dall’ingegneria genetica all’intelligenza artificiale, dalle nano tecnologie alle stampanti 3D, molto lavoro intellettuale verrà presto sostituito dalle macchine.
L’economia: purtroppo nei Paesi capitalisti la ricchezza prodotta non viene distribuita e questo è un problema enorme che si riflette su tutta la società. Un dato tra tutti: otto persone al mondo detengo la ricchezza di 3.600 milioni di persone. Tragico sarebbe proseguire in questa direzione.

Smart working: una soluzione?

Lo smart working, adottato per emergenza durante la pandemia, rappresenta invece una svolta positiva nel mondo del lavoro e andrebbe scelto come regola, perché è un’opportunità per la vita lavorativa e sociale. Meglio però chiamarlo telelavoro, con il termine smart si presuppone che si debbano produrre cose intelligenti in modo intelligente.
Il telelavoro offre notevoli vantaggi per il lavoratore, l’azienda, la città. Per il lavoratore rappresenta un risparmio di denaro, una diminuzione degli stress da spostamento, permette l’autoregolazione dei tempi e dei ritmi, è una liberazione dal controllo gerarchico e un rafforzamento nella responsabilità, offre comfort personali come il bagno e il cibo di casa, aumenta la qualità dei rapporti con famiglia e amici, concede maggiore libertà.
Per l’azienda c’è un netto risparmio di locali e costi fissi e soprattutto un aumento della produttività del 15-20%. Anche la città ha tutto da guadagnare grazie al minor inquinamento e alla riduzione del traffico nelle ore di punta e un aumento delle persone che vanno a piedi o in bici.

Rivitalizzare lavoro, città e quartieri

Il telelavoro è un’occasione straordinaria per dare nuova linfa alla società. Alternando il lavoro a casa e in ufficio – spiega il professor De Masi – si possono godere i vantaggi di entrambe le situazioni: nei giorni di lavoro a casa, si rivitalizzano non solo i rapporti con familiari e amici ma anche con la casa stessa e il quartiere. In ufficio avviene invece uno scambio meno alienato dalla routine, più efficace e partecipato.
Un esempio perfetto ce lo offrono gli abitanti di Firenze, che hanno il merito di aver creato il Rinascimento: erano in tutto 19.000 e si può dire che lavoravano tutti in “smart working” ovvero la bottega era nella casa dell’artigiano, la casa era ben inserita nel quartiere, il quartiere nella città. La sera la bottega stessa diventava un club dove si discuteva di arte. I migliaia di dipendenti delle più grandi aziende italiane di oggi cosa creano? Abbiamo bisogno di allargare gli orizzonti mentali e fisici per dar spazio alla creatività.

Lavorare meno per lavorare tutti

Il professor De Masi conclude affermando che la vera sfida dell’Italia e del mondo del lavoro è la creatività, che significa flessibilità, libertà di rapporto e minore sfruttamento. Se non vogliamo avere una massa enorme di disoccupati dovremo ridurre l’orario di lavoro. Ma non solo. Il poco lavoro che resta a carico dell’uomo e non verrà svolto dalle macchine dobbiamo fare in modo che sia diviso tra tutti. Il futuro dipende dalla nostra capacità di distribuire equamente ricchezza, lavoro, potere, sapere, opportunità e tutele.

Un grande impegno ci aspetta.

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Aprire la mente è aprirsi al futuro!